[Vertigini sulla Luna]
Impersonale, come un attore di teatro che immedesima situazioni e riversa emozioni,
ignaro,
ad un pubblico nascosto dipinto di nero.
Cime innevate di petali bianchi, abbagliano i bordi della passerella
dove il pathos e il suo candido sudore freddo scorrono irriverenti.
“Colpi di scena! Colpi di scena!”
Comincia la scena.
Che fine ha fatto il patto che imponeva il silenzio?
Taglia una fune, una qualsiasi, cade una campana fatta di sale
in mezzo alla macchia di inchiostro nero che da anni è li e non si secca;
Nessun grido… ha mantenuto il patto, merita un applauso!, più da vicino però:
terrore del vuoto, che dilemma, si avvicina lentamente camminando carponi;
…e la linea della sua crisi scorre proprio li, lungo il confine recintato da travi di legno
fissate in malo modo con chiodi arrugginiti; sporge la testa timoroso, soffre ancora di vertigini
ma il vedersi sopraelevato di un paio di metri rispetto al resto è emotivamente confortante e li,
fa scivolare la mano dentro la tasca, afferra delle penne con evidenti segni di morsi nervosi
e le getta li in mezzo, alimenta la macchia di inchiostro che ormai da tempo ha preso vita.
Applausi meritati, sorrisi frenetici e folli, entrambi a sbattere le mani con ampie bracciate,
l’ attore e la sua creatura.
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Fugge prima che il sipario si sia abbassato del tutto.
Ritorna nell’ accogliente camerino senza finestre,
porta sbattuta frettolosamente,
passi spediti verso lo specchio pieno di promemoria su foglietti gialli e appiccicosi.
Uno a caso: “chiudere la porta PIANO”
l’ intonaco del soffitto continua a sbriciolarsi per ogni minima vibrazione.
Torna indietro seccato,
terribilmente seccato per l’ assordante senso di colpa del non mantenere le promesse.
Chiude con estrema parsimonia, ma non gira la chiave,
ha preso la brutta abitudine di lasciarla nel lato esterno; dice sia una metafora,
e se ne compiace.
Si accorge di aver sacrificato per sbaglio le sue matite. Odio rabbioso nel vedere la penna ancora li, così piena di inchiostro, così tante parole da scriverci ancora.
Specchio sadico, onesto, viso sempre più scolorito, le ultime tracce
di quel suo finto essere estroverso vengono cancellate e portate giù,
come acqua in un tombino, dalle gocce di sudore.
Luce tenue, fredda, riflessiva e soffusa,
è un falso invito,
costringe ad accendersi una sigaretta con la pagina di diario del giorno prima
e iniziare a scriverne una nuova, così come recita un altro di quei promemoria assillanti e ninfomani: “PREVIDENZA”.
Non si accende.
Forse è troppo umida.
Intanto per disertare le sue ottuse preoccupazioni comincia a scrivere,
difficile se il diario ha un unica pagina che si rigenera solo se stimolata dalle fiamme.
È la natura.
Anche lei ha letto il mio promemoria sulla previdenza.
“L’ attore ha perso le sue matite colorate....”
“No!”
Dipinti di metafore, intuizioni e corrispondenze: questa è la regola;
inutile dire che anche questo era uno di quegli allegri e solari promemoria.
“Il thè verde e le sue invisibili spore colorate…”
“No!”
Nuova crisi.
Deja Vu.
Ridendo si spara un colpo sulla gola,
convinto che la sua inesauribile fantasia lo farà rivivere il giorno dopo.
Previdenza. Pistola sempre carica.
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“L’ uomo della pioggia, non si smentisce mai, non pensa?”
“ahahhaha, sono le solite trovate pubblicitarie, sa, l’ importante alla fine è far parlare di se”
“quindi dice che stiamo facendo il suo gioco e…
“Voi siete il mio gioco”
Borbottando questa frase, tira un posacenere di vetro contro lo schermo del televisore.
“Fottuti giornalisti”
Borbottando questa frase, si lascia scivolare a terra dal divano dove si era addormentato la notte
e finalmente riesce ad incendiare la testa della sigaretta.
Butta fuori il fumo con boccate nevrotiche, tanto da riuscire a muovere le pale del ventilatore.
Sul soffitto.
Schizofrenia, Paradossi, Doppia Personalità…. tutti nomi di libri
comprati da una bancarella sulla strada davanti casa, quei libri che nessuno compra,
le librerie li buttano e qualcuno più furbo li raccoglie e rimette in vendita:
sapendo che in quella casa senza porte abita lui.
sapendo che tanto prima o poi lo sguardo sarebbe caduto su quelle invitanti copertine piene di disegni asimmetrici e surrealisti.
Male che vada avrebbe ritagliato le copertine per fare uno dei suoi collage,
ma effettivamente fanno una certa figura sulla mensola addetta ai libri,
perlomeno riempiono quegli spazi vuoti che prima era costretto a coprire con piante varie, possibilmente con le foglie grandi.
Non sapendo dove mettere le piante le ha poggiate sopra i libri stessi, immobilizzandoli,
tanto difficilmente leggerà mai le prose di psicologi improvvisati.
Una pianta alta e rigogliosa sopra una pila di libri è, senza volerlo, un inno all’ arte.
Ne ha fatte anche diverse foto, le manderà probabilmente a qualche rivista di post-impressionismo,
e quelle scartate verranno riusate come biglietti di auguri.
Sono tante e tutte diverse, proprio come le occasioni per mandare biglietti di auguri.
Oggi il suo calendario dice che è la festa delle nuvole,
festa ideata da lui stesso ovviamente in qualche altra occasione.
Questo anno la festa delle nuvole verrà dedicata… agli incontri casuali,
ogni nuvola assume le sembianze umane, ma è solo questione di attimi, incontri fugaci,
poi spariscono per sempre.
Anche lui è una nuvola, ma probabilmente una di quelle nuvole finte,
dipinte sulla scenografia di una recita scolastica girata in un seminterrato senza cielo;
il titolo sarebbe sicuramente… “Rapporti occasionali”.
La parola “sessuali” resta sottintesa, è pur sempre una recita aperta a tutti.
Speriamo che facciano qualche replica.
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La mia concezione degli anni è molto distorta.
La mia concezione dei mesi è piuttosto distorta.
I giorni invece… come fai a non renderti conto della Luna che sorge?
Eppure c’è sempre una notte in cui decide di non farsi vedere.
Oggi sarà quella notte.
E proprio oggi era il giorno degli incontri casuali.
Neppure questo anno la rivedrò.
Mi passerà vicino al buio senza che me ne accorga.
Dopo andrò a sfogarmi nel mio camerino.
Romperò i miei vasi e ingoierò i cocci di argilla.
Ma non prima di aver posizionato la macchina fotografica con l’ autoscatto.
Le foto serviranno per colmare il vuoto dei vasi sulla mensola.
Non avrò più bisogno di innaffiarli.
Ne sentirò la mancanza.
Ma potrò sempre ricomprarli.
La mia concezione delle ore è totalmente distorta.
È per questo che non uso orologi.
Intuisco però di averne perse parecchie a fantasticare su quello che accadrà questa sera.
In fondo tutto è possibile.
Devo smettere di passare le mattine a fare monologhi con il ventilatore.
Non credo che gli interessi poi tanto quello che dico.
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“Accidenti, è tardi.
Sono già le…insomma è tardi.
Iingannerò il tempo:
un paio di giri centrifughi e antiorari alla lancetta più lunga; anzi 4 per sicurezza.”
In effetti c’era un orologio, ed era stato li, appeso al muro dal primo giorno che era stato spostato in quel camerino.
Prima aveva una casa, ma scappò.
Ne comprò una sua ma la riteneva paradossale: passava tutto il tempo accasciato a terra con le spalle contro la parete, teneva il suo quadernino in mano ma il nervosismo non gli faceva centrare le righe mentre scriveva.
Provò ad usare quaderni senza righe ma andava fuori lo stesso, finiva con lo scriversi sui pantaloni.
Non poteva essere rilassato in una casa piena di occhi insonni che lo osservavano.
No non poteva e non smetteva di guardarsi intorno neppure per un attimo.
È il problema delle case troppo grandi, a 2 piani per giunta.
Aveva paura della porta di servizio e delle stanze vuote così iniziò a chiuderle a chiave una dopo l’ altra, compresa la porta principale; per uscire usava la finestra e si calava da un albero di ciliegio che aveva piantato lui stesso.
Per ora passava il tempo nel suo stesso camerino, l’ aveva arredato come meglio poteva ma l’ orologio non si staccava, per non parlare poi del produttore, andava su tutte le furie quando sentiva che iniziava a prendere a martellate il muro per buttarlo giù.
“In fin dei conti non ci faccio più caso”.
Frase detta di punto in bianco.
A volte parla da solo.
Si fa le domande.
E poi risponde.
