I
mpersonale, come un attore di teatro che immedesima situazioni e riversa emozioni, ignaro, ad un pubblico nascosto dipinto di nero. Cime innevate di petali bianchi, abbagliano i bordi della passerella dove il pathos e il suo candido sudore freddo scorrono irriverenti. «Colpi di scena! Colpi di scena!» Comincia la scena. Che fine ha fatto il patto che imponeva il silenzio? Taglia una fune, una qualsiasi, cade una campana fatta di sale in mezzo alla macchia di inchiostro nero che da anni è li e non si secca; nessun grido… ha mantenuto il patto, merita un applauso! Più da vicino però: terrore del vuoto, che dilemma, si avvicina lentamente a carponi; …e la linea della sua crisi scorre proprio li, lungo il confine recintato da travi di legno; sporge la testa timoroso, soffre ancora di vertigini ma il vedersi sopraelevato di un paio di metri rispetto al resto è emotivamente confortante e li, fa scivolare la mano dentro la tasca, afferra delle penne con evidenti segni di morsi nervosi e le getta li in mezzo, alimenta la macchia di inchiostro che ormai da tempo ha preso vita. Applausi meritati, sorrisi frenetici, entrambi a sbattere le mani con ampie bracciate, l’ attore e la sua creatura. Andrò a sfogarmi nel mio camerino. Romperò i miei vasi e ingoierò i cocci. Ma non prima di aver posizionato la macchina fotografica con l’ autoscatto. Una pianta alta e rigogliosa sopra una pila di libri è, senza volerlo, un inno all’ arte, e le foto serviranno per colmare il vuoto dei vasi sulla mensola. Non avrò più bisogno di innaffiarli. Ne sentirò la mancanza. Ma potrò sempre ricomprarli. Comunque invierò di certo gli scatti a qualche rivista post-impressionista, e quelle scartate le riuserò come biglietti di auguri. La mia concezione delle ore è totalmente distorta. Intuisco però di averne perse parecchie a fantasticare su quello che accadrà questa sera. In fondo tutto è possibile. Devo smettere di passare le mattine a fare monologhi con il ventilatore. Non credo che gli interessi poi tanto quello che dico.