[Uno di Passaggio]
Impossibilità dell’ essere scagionata da esseri umani:
creature rigeneranti che vengono da me e parlano.
“Io esisto, sai?”
E non lo dico tanto per dire,
ho viaggiato attratto da montagne altissime e calamitanti, conquistato vette ammantate da radure
ove sgorgava acqua ladra della vitalità di persone li sepolte.
A tratti puoi vedere ancora le loro membra uscirne fuori,
timidamente nascoste tra rami intrecciati e tulipani.
Non so se sarai mai all’ altezza e capace di raggiungere il mio campo,
diadema di maestosità e conquiste,
ma non dannarti troppo di una tale condizione sfortunata,
quando vorrai sarò qui pronto a raccontarti le innumerevoli visioni che mai farai tue.
Invidiami e quando c’è il sole resta nascosto nella mia ombra,
adorami e quando arriverà il crepuscolo sdraiati con il viso a terra e fatti schiacciare.
Soffri? Divertente, vero?
Me ne hanno parlato, ho comprato schiavi, rubato le loro memorie,
li ho amati e poi violentati.
Ma è notte ormai, vieni a dormire qui, domani avrai dei nuovi occhi per guardarmi
mentre ti servirò la colazione, alliscerò i capelli e la tua testa, o quello che ancora ne rimane.
Stringimi come solo avresti fatto nelle tue orazioni,
dove finalmente non eri protagonista del niente,
lasciati affogare sotto la cupola dei miei sussurri scarlatti,
sempre più persistenti, sempre più impalpabili.
Ti solletica il mio fiato dietro l’ orecchio?
Non puoi più vedermi, ma non lasciarti intimorire per questo,
voglio essere il tuo ultimo amante,
e la cura che avrò nel maneggiare la pala, affinchè non sfiori ne scalfisca la tua pelle,
sarà a discapito di ogni tuo dubbio.
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Mi sono voltato indietro, e mentre affogavano, continuavano a ridere di me.
L’ aria aleggia color cremisi nel suo interperrito ondeggiare evanescente,
affievolendosi scostante al suono di quelle ultime parole e ire strozzate;
la nebbia le aspetta seguendole da dietro e ad ogni minimo cenno ne smussa i contorni,
ora solo rabbia, poi lamenti, timide imprecazioni,
non resta che l’ ilarità della scena,
paura, momentaneo sconforto, l’ ultimo desiderio e una pietà non concessa.
I fili sono dorati e i loro grovigli diventano alloro:
è ciò che ne consegue da quella visione onirica di chi ora pretende
di camminare senza guardare a terra,
“se hai finito possiamo chiudere” sembrerebbe poter dire una comparsa lì,
addetta alle pulizie e al riordino delle cose.
“Si possiamo chiudere” mormoro gironzolando ancora un po’ intorno
con le mani serrate, ma in modo leggero, dietro la schiena e scalciando qua e la,
… non lo so cosa,
ma è così piacevole non sentire più l’ imbarazzo di quel continuo scricchiolare delle suole.
Intorno un jingle, un motivetto per lo più allegro ed ammiccante
e si materializzano piccole nuvole simili a condenza di una giornata di neve
per via di tutti quegli strati di polvere depositatisi sugli abiti e le labbra.
Potrei dire che sono imprigionato da un involucro di polvere raffigurante me stesso,
se riuscissi a uscirne chissà se si sgretolerebbe o rimarrebbe intatto,
fermo immobile ma con quel barlume di vita data dalle sue sembianze.
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Potrebbe peggiorare, così come migliorare,
ma anche andare tutto definitivamente a rotoli.
Finiti questi dovuti convenevoli sul tempo, con un movimento volteggiante, lento,
come in attesa di sguardi indiscreti, e più che sufficentemente articolato,
chiudo quell’ ultimo bottone lungo l’ apertura del cappotto,
proprio quello così fastidioso e immobilizzante
che finora mi stava dando un senso di protezione in più da… questo inesorabile andare a rotoli.
Ahimè che scempio, la goccia scende sul foglio un attimo prima dell’ inchiostro e la penna,
invece di lasciare tracce, fende la sottile carta in due,
distrugge e minaccia seriamente ciò che si trova sotto e tutta una serie di parole più o meno utili
che ormai potevano ritenersi al sicuro nel loro dolce oblio.
Il cane che l’ ultima volta mi passò sotto le gambe lo rivedo in un cartello sbiadito
sotto una scritta “scomparso”.
Chissà se te la passi meglio mormorai, “oh si” rispose,
“tutto pur di evitare questo genocidio senza tregua. Sarei stato di certo il prossimo,
mi davano biscotti all’ anice tinti color carne, e mi facevano rincorrere un friesbie
con sopra una faccia da gatto”.
“Interessante”.
“Umiliante suona meglio, grazie”.
Parole di avvertimento ma preziose le sue,
vorrei poterlo ripagare alla stessa maniera, ma oltre a cancellare ogni traccia di lui rimasta,
tre o quattro di quei cartelli lerci appesi sugli alberi
(uno addirittura posto ad un altezza tre volte un adulto,
come a voler essere da monito anche a quei selvaggi o giganti che un padrone mai lo avranno),
non sapevo cosa altro fare.
La mia storia era di gran lunga meno avvincente, anche io mi nascondevo,
ma per ora solo temporanemente e di certo non avevo effigi o alcun tipo di alone misterioso;
dove mi trovavo sarebbe stato noto ad almeno una dozzina di persone, chi poi non lo so,
ma si sa, i pettegolezzi arrivano sempre prima delle presentazioni.
Tuoni e frastuoni, e il posto migliore per ripararsi non è di certo quest’ albero rinsecchito.
Sto puntando un inusuale incrocio di rami che fanno da quinte a una stradina fangosa
piena di impronte che vengono regolarmente colmate da un ruscello piovano improvvisato.
Manca il soggetto però,
manca un signora piacente di mezza età, satura del suo stile art noveau
che si fermi li in mezzo ad aprire il suo ombrellino di vetro colorato.
E perché no, una frana proprio in quel momento sarebbe il massimo,
ma non credo che dal cielo cadrà mai qualcos’ altro oltre all’ acqua.
Tanto vale aspettare il cielo stesso.
