P
otrebbe peggiorare, così come migliorare,
ma anche andare tutto definitivamente a rotoli.
Fine dei dovuti convenevoli sul tempo.
Ahimè che scempio, una goccia scende sul foglio un attimo prima dell’ inchiostro e la penna,
invece di lasciare tracce, fende la sottile carta in due,
minacciando seriamente tutta una serie di parole
più o meno utili, che ormai potevano ritenersi al sicuro nel loro dolce oblio.
Il cane che l’ ultima volta mi passò sotto le gambe lo rivedo in un cartello
con su scritto: «scomparso».
Chissà se te la passi meglio mormorai, «oh si» rispose,
«tutto pur di evitare questo genocidio senza tregua. Sarei stato di certo il prossimo,
mi davano biscotti immangiabili, e mi facevano rincorrere un friesbie
con sopra una faccia da gatto».
«Interessante».
«Umiliante suona meglio, grazie».
La sua è una storia preziosa,
vorrei poterlo ripagare alla stessa maniera, ma oltre a cancellare ogni traccia di lui rimasta,
tre o quattro di quei cartelli segnaletici appesi sugli alberi
(uno addirittura posto ad un altezza tre volte un adulto,
come da monito a quei selvaggi o giganti che un padrone mai lo avranno),
non sapevo cosa altro fare.
La mia storia era di gran lunga meno avvincente, anche io mi nascondevo,
ma ormai dove mi trovavo sarebbe stato noto ad almeno una dozzina di persone, chi poi non lo so,
ma si sa, i pettegolezzi arrivano sempre prima delle presentazioni.
Tuoni e frastuoni, e il posto migliore per ripararsi non è di certo un albero rinsecchito.
Osservo un inusuale incrocio di rami che fanno da quinte a un sentiero
pieno di impronte regolarmente colmate da un ruscello piovano improvvisato.
Manca il soggetto però,
manca un signora piacente di mezza età, satura del suo stile art noveau
che si fermi li in mezzo ad aprire il suo ombrello di ferro battuto.
E perché no, una frana proprio in quel momento sarebbe il massimo,
ma non credo che dal cielo cadrà mai qualcos’ altro oltre all’ acqua.
Tanto vale aspettare il cielo stesso.



