[Le Barche Affondano]
Arriva il momento in cui vedo il filtro più lungo della parte che deve ancora bruciare,
allungherò la mia agonia tenendo questo mozzicone bianco in mezzo alle dita,
con il palmo ben appoggiato sul mento: voglio vederla consumare in mezzo alla mia mano sinistra,
oggi l’alba mi sembrerà diversa,
i raggi di un sole ancora freddo filtrati da questo fumo che ho intorno;
colori, colori! Forse ne scoprirò di nuovi in questo modo, sarà una dolce sofferenza.
L’odore della notte che finisce, il mare, il porto e il suo degrado
nascosto in quei vicoli senza uscita dove nessuno ha il coraggio di entrare.
Inizio a sentire la pelle che brucia, tento di distrarre il mio sguardo
soffermandomi su quello smalto nero sulle unghie, “ah, sta iniziando a rovinarsi!”.
Ecco che passa il primo dei miei avversari di oggi,
un vecchio decrepito che trascina i suoi stracci unti e sporchi di sangue,
“gli servono da promemoria” penso, almeno quando si guarderà su quello specchio rotto
troverà cento motivi per farsi una risata, prendere uno di quei vetri e sfregiarsi.
Se gli offrissi un fazzoletto pulito lo rifiuterebbe,
vede il mio mozzicone quasi consumato e inizia a bramarlo, lui, animale in gabbia,
vuole che glielo tiro addosso, aspetterà che i suoi abiti imbevuti di alcohol prendano fuoco
e dopo rotolandosi nel fango inizierà a sfogarsi su di me,
svuotandomi addosso una marea di bestemmie in una lingua che non conosco.
Mi piace rischiare, lo sfido e lo tento morbosamente tirandogli contro la sua mela dell’eden là,
in mezzo al mare, “vai, buttati e dì fine alle tue sofferenze,
non fare come me che neppure oggi vedrò i colori del mondo”.
Mi metto sul ciglio della banchina con le gambe che pendono nel vuoto,
un tempo avrei sofferto di vertigini ma la vista dell’orizzonte me lo fa dimenticare,
la luce inizia a riflettersi ovunque, “ecco! vedo il rosa, il giallo e il verde”,
è solo benzina che sporca l’acqua ma per oggi non è male come inizio,
prima o poi quella macchia passerà e vedrò il fondale trasparente.
Dietro di me c’è quel porto così triste e derelitto,
ricorda chi ci rimette sacrificandosi silenziosamente per gli altri,
altrimenti non vedremmo tutte quelle belle barche prendere il largo,
con i loro ricchi proprietari raggianti, ignari di cosa ci sia dietro la loro felicità.
Non ho proprio voglia di girarmi, inizio ad intravedere il fondale e se neanche oggi fosse la volta buona, in mancanza d’altro aspetterò che una di quelle barche affondi.
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Nuova città, stessa routìne,
seguo le nuvole con lo sguardo, ieri mi hanno portato in uno squallido locale
nascosto sotto l’ombra di maestosi palazzi in rovina, oggi sono già in mezzo alla folla indomabile, forse da queste parti sarà un qualche strano giorno di festa;
sono così tante ormai che nessuno fa più caso ai nomi, a tutti questi miserabili
interessa solo essere giustificati per un giorno ed evitare che qualcuno gli schiacci la testa
come al solito, ecco un militare in licenza, una prostituta che tenta di coprirsi,
un postino che ha staccato la borsa della sua bicicletta, un macchinista ubriaco
e uno sguattero che ha ancora il suo grembiulino attaccato.
Uno di quei derelitti si avvicina per chiedermi che giorno sia oggi,
la sua lingua è imbastardita da qualche dialetto o altro,
faccio finta di non capirlo per umiliarlo ancora di più,
“oggi è la festa delle nuvole” dico, ed ecco che tutti, dopo avermi stretto la mano
ed avermi invitato tra loro, cominciano a guardare in alto con un occhio
mentre con l’altro cercano di capire quale fosse la nuvola che stavo guardando prima.
Me ne vado e da dietro le quinte continuo a sentirmi i ringraziamenti di un ragazza
alla quale prima evidentemente non avevo fatto neppure caso.
Così poco? Sono solo falsi complimenti da qualcuno che neppure conosce,
eppure bastano per sentirsi apprezzata, tornare a casa felice, suonando il campanello 3 volte,
ed avere qualcosa da raccontare con il petto pieno di quel suo timido orgoglio represso.
Evidentemente lei era più ostinata di me e continua a seguirmi,
conosce meglio di chiunque questi labirinti cittadini ed ecco che mi raggiunge,
proprio mentre mi trovo nella parte più alta di uno di quei vecchi ponti di legno fatti ad arco,
con la vernice rossa che ormai si è quasi completamente staccata o scolorita.
“Ma è solo una bambina” penso, eppure voglio premiare la sua testardaggine e la ascolterò.
Arriva un momento di silenzio ma non sono infastidito come al mio solito, è affascinate,
ci chiediamo entrambi chi sia quello di noi 2 che è rimasto per primo senza parole.
A lei le donano incredibilmente quei capelli sporchi, le sopracciglia disegnate male
e gli abiti strappati, la trovo meravigliosa
nonostante le mie nove muse cerchino di allontanarmi il più possibile da lei.
…è sera ormai ed ecco che arriva qualcuno a riprenderla, non ci fa neppure caso a me,
le bacchetta le mani e la rimprovera per essere andata in giro con quegli abiti anche oggi,
lei piange, la cambia con qualcosa di più adeguato per questo mondo e lei,
complice un bella bambolina senza un braccio che le viene messo in mano,
guardandosi una seconda volta si fa convincere che così starà meglio.
Raccolgo i suoi stracci preziosi come l’aria,
“Tanto è solo una bambina”… questa frase che mi ripetono mi farà annegare meglio.
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Il fruscio dei vinili,
un blues rockeggiante, linee di contrabbasso, sax e semiacustiche che gridano anni ’50.
Ogni volta che qualcuno apre la porta, entrando qui, riesco a sentire per un attimo
la musica provenire da sopra: ci perderei ore davanti a quel maledetto juke-box che ho visto prima,
tutto smaltato verde acqua californiano e pieno di cromature. Ma io dove sono a proposito?
Eccomi, una squallida toilette ricavata da un sottoscala,
credo di avere la testa immersa nell’ acqua visto che sento
suoni liquidi, riverberanti e pieni di ritardo.
Devo essere svenuto da… 5 minuti? certo che un posto peggiore non potevo trovarlo,
chi mi ha visto avrà pensato che fossi un di quei suicidi che senza dire niente a nessuno
si immergono nella vasca tagliandosi le vene in modo da non lasciare tracce.
Mi dovrei vergognare per quella scena pietosa ma l’acqua dietro di me era pulita
e dopo una rapida occhiata in giro capisco che nessuno ha fatto caso a me,
tutti troppo pieni d’ ansia e di fretta,
figurarsi se qualcuno vuole avere a che fare con un morto.
Mi avvicino al lavandino, mi lavo le mani anche se non c’è sapone, lo specchio è nero
e quelle poche parti che si salvano sono imbrattate di rossetto rosso, slogan, canzoni,
frasi sconnesse e numeri di telefono che tutti leggono ma nessuno chiama mai.
Fazzoletti di carta neanche a parlarne,
solo una di quelle macchinette che ti arroventano le mani e fanno tutto
tranne che asciugartele, mhh, una strofinata sui pantaloni e faccio prima.
Restando qui potrei trovare decine e decine di titoli e storie da raccontare, ecco un uomo,
sulla trentina che dorme per terra con una bottiglia di gin tonic svuotata sulla testa,
un altro che vomita con la porta aperta, una ragazza che cerca qualcosa,
qualcosa di molto piccolo, forse un fermaglio, in quel pavimento pieno di giornali bagnati
e vetri che odora terribilmente di detersivo disinfettante al limone.
Chissà se è lei ad essere fuori posto qui…oppure io… o forse
è una di quelle toilette “per tutti”; ecco che si rialza, ha trovato quello che cercava,
una bustina ermetica, un paio di caramelle,
arrossisce nervosamente quando si accorge che la osservavo appoggiato al termosifone
e tira fuori una di quelle frasi di occasione, tanto per tergiversare: “…che ore sono?”.
La guardo come se la risposta fosse scontata e dovesse capirla da sola,
vorrei dirle che non porto mai orologi, e non mi ritengo una persona repressa
che per liquidarti velocemente darebbe uno sguardo distratto al quadrante dicendo:
“non ho tempo, ho troppi impegni”.
Le evito però la mia complicata spiegazione esistenziale e me la sbrigo facendo spallucce
e un “no” con la testa unito ad un finto sguardo sconsolato.
Adesso magari penserà che i ruoli si sono invertiti,
ora sarei io quello in imbarazzo per la risposta mancata e approfitta della situazione favorevole
per sgattaiolare fuori, buttando la gomma da masticare in quel piattino
adibito ufficialmente per le mance della manutenzione.
Direi che posso pure tornare sopra ora, o finirei per parlare con quel tipo svenuto a terra,
controllo il piattino, vediamo, un paio di mozziconi, uno scellino fuori corso,
la gomma di prima ancora calda e 50 centesimi:
forse spetterebbero a qualcun’ altro…. ma oggi funziona così, lo juke-box mi chiama.
