L
e luci della città ormai lontana si accendono una appresso all’ altra come puntini,
e soppiantano velocemente la visione melodrammatica dell’ orizzonte:
una serie di puntini tutti uguali per nulla promettenti.
Jeanine non mi ha voluto dire dove stavamo andando
e le ho risposto che non mi interessava granchè;
prima durante la sosta mi ha chiesto se avessi un idea in particolare
e allora ho capito che neppure a lei importasse davvero.
I quattro sedili sono tutti ribaltati, sopra ci siamo noi
e quando si muove cercando una posizione più comoda faccio finta di dormire anche io.
Giriamo a vuoto, la nostra auto resta impigliata negli infiniti cavi della luce,
ci investe una nuvola di polvere e poi il deserto,
e quando si dissolve, sotto non ci siamo più.
Non voglio che si sovrapponga più nulla a questa immagine.
Ho una visione, immagino di nuovo la nostra casa,
passiamo la sera dentro un sacco a pelo in terrazzo,
beviamo thè verde e le racconto quello che conosco sulle costellazioni.
La notte è limpida e si vedono tutte.
La corsa riprende, forse non è mai neppure esistita quella casa, forse non ci siamo mai conosciuti.
La immagino piccola, come in quelle sue vecchie foto che mi ha fatto vedere una volta,
che mi dice di portarla ovunque vada.
Ignoro le svolte autostradali che riportano in città, esco dallo Stato e continuo dritto,
sempre dritto,
i cartelli iniziano ad avere nomi che non conosco, ma non cambio, non ci sono curve,
innesco il pilota automatico e mi addormento su di lei.
Il vento smussa gli angoli di ogni vetta raggiunta,
ancora poco tempo e quella vetta non sarà neppure abbastanza alta
per permettere alla neve di ghiacciarsi.
D’un tratto sono le onde della nebbia del mattino a soppiantare i residui della città,
è dicembre, e si sentono i primi cinguettii degli uccelli
che hanno perso l’ ultimo vagone dello stormo migratorio; forse domani moriranno cadendo dall’ albero,
oppure è proprio li che si sentono più sicuri,
e nell’ incertezza, cantano.



