[In Trappola]

E continuava a camminare senza mai girarsi;
i rintocchi del vecchio orologio a corda sanno essere un delizioso promemoria isterico,
decidono loro quando farsi sentire.

“è a prova di bomba”: così diceva il suo perverso mentore, eternamente nascosto dietro l’ ombra
del cono di luce di quella dannatissima lampadina intermittente che gli puntava contro gli occhi;

e quelle sue mani, con le bende che tenevano salde le cartilagini consumate,
consumate a furia di raschiare la terra per scavarsi orgogliosamente la fossa;
gli indicava sempre le venature sul cristallo e i graffi sulla cassa, pietre miliari di ripetuti,
vani tentativi di distruggere quel segna-secondi  contro un muro.

Segna-secondi,
segna- passi,
scanditi tra le sue risate colme di superiorità; risate udibili solo a lui che precipitano dalla discesa senza alcun ritegno sull’ uso dei freni:
accelera, accelera verso il delirio, la sua bocca insensatamente spalancata lo insegue da dietro
pronto a inghiottirlo tra tormentanti litanie polifoniche.

Ingredienti:  1 Strada-nel-deserto; Sabbia a volontà, Sole.

Preparazione: Il Sole scioglie il cemento velocemente quando ancora è caldo,
poi lo risucchia morbosamente nella sabbia.

Impressioni: “Camminando invece di andare avanti provavo sprofondanti sensi di vertigine,
la terra si apriva tra vene varicose e i capillari scoppiavano come geyser: era il momento buono
per far scivolare l’ orologio nella voragine, ma nel sadico contratto firmato con le unghie
non avevo letto che la catenella mi fosse stata fusa alle ossa”.

Epilogo: Dilemma che fa ridere, togliere il tappo e lasciarsi annegare,
o restare per sempre nell’ unico lembo di terra senza Luna.

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Non aveva senso riprendere in mano storie dall’ inchiostro ormai sbiadito: il tempo forse,
una lacrima sporadica ogni tanto.

Cinque anni.

Cinque anni di coma e altri due per riuscire a capire o accettare il suo nuovo corpo
davanti allo specchio. Perché continua a guardarsi ma non si riconosce, tocca avidamente il viso diventato ruvido e prova a nasconderlo con fondotinta e matite dai nomi fantasiosi;

…e poi le braccia, la voce con le sue inesauribili parole ad acquarello...
dalle orecchie la sentiva sempre uguale, quella flebile voce sempre sull’ orlo di un collasso,
pronta a scoppiare da un momento all’ altro.

Serata silenziosa e avvolgente, come quelle candeline all’ incenso sparse in camera,
candeline comprate a buon mercato,
forse più per la voglia di alleggerirsi le tasche di quelle monetine taglienti:
delimitano il suo spazio vitale e si consumano silenziose, come lui,
aspettando che un colpo di vento dia un po’ di movimento alla fiamma.

Comincia l’ estate oggi, di vento ne scorrerà poco per i prossimi mesi.
“La cosa indubbiamente più straziante è continuare ad avere sotto gli occhi LORO…”
“loro chi?”
“Nessuno in particolare, ma chiunque con le sue movenze mi possa ricordare
come sarei potuto essere cinque anni fa. Non ho vissuto, non ho visto nulla, mi sono fermato li,
ma la mia voce no, ha deciso di tormentarmi.”

Pesci nell’ acquario e specchi parlanti.

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Guardo:
il thè verde e le sue invisibili spore colorate.

Frigide,
non si lasciano toccare, ma ti fanno assuefare.

Sfiorano le mie ruvide mani di ghiaccio,
ascoltano la mia voce che suona tremando.

Alzandomi dimentico sempre le lenzuola fatte di vetro,
le sue schegge soffici, leggere anche mentre affogano,
e il loro rumore disperso tra piogge di cenere nell’ altitudine.

Sono:
incessante e decisamente egoista,
ma senza aria il fuoco non brucia,
e le mie invisibili spore colorate scoppiano come bolle di sapone.

Vita in bianco e nero,
nero sul contorno degli occhi che corrode.